Jason Richardson:
Bisogna essere ossessionati. Sicuramente c’è una componente di ossessione. Ma è qualcosa che cresce su se stesso: come in qualunque disciplina, più la pratichi con costanza, più migliori e più la comprendi. E più diventa divertente, perché riesci a fare sempre più cose. Questo ti porta a voler continuare ancora e ancora, perché diventa più piacevole, più facile e ti permette di fare sempre di più. Con la chitarra è successo esattamente questo. Quando ho cominciato a pensare: «Ok, adesso sta funzionando», mi sono accorto che stavo davvero migliorando e che tutto suonava molto meglio. E questo mi ha spinto a continuare, per vedere fin dove sarei riuscito ad arrivare. Ed eccoci qui.
Suono la chitarra ormai da più di metà della mia vita. Ho appena compiuto 34 anni e ho iniziato a prenderla sul serio quando ne avevo 12. Prima della chitarra, però, c’era stato il pianoforte. Poi la batteria, il violino e infine la chitarra. Ho provato anche a cantare, ma neanche quello ha funzionato minimamente. Ho preso lezioni di canto per sei mesi e, sì, ho capito dove fosse meglio concentrare le mie energie: decisamente su questa cosa qui. La chitarra era semplicemente lo strumento che mi riusciva meglio, quindi ho continuato con quella.
Il motivo principale per cui ho iniziato a suonare la chitarra era che volevo scrivere canzoni. All’epoca la mia attenzione era tutta concentrata sulla batteria: dedicavo praticamente ogni energia a quello strumento. Poi ascoltai Train of Thought dei Dream Theater. Ero al Guitar Center con mio padre e, nel reparto batterie, trasmettevano un video di Portnoy. Mio padre disse: «Ma cos’è? Chi è questo tipo?».
Quello era semplicemente l’ultimo album dei Dream Theater uscito all’epoca. Così cominciai ad ascoltarlo e cercavo di suonarlo tutto alla batteria. A un certo punto mi resi conto: «Voglio essere capace di scrivere roba così». E non puoi farlo suonando soltanto uno strumento a percussione. Quindi pensai: «Beh, allora devo imparare a suonare la chitarra».
Anche mio padre suona il basso. In realtà, il motivo per cui faccio musica è che fin da quando ero bambino avevo strumenti dappertutto. Ho visto video di me da neonato mentre picchiavo sui tasti di un minuscolo pianoforte giocattolo. Non sapevo ancora nemmeno camminare, quindi avrò avuto meno di un anno. Facevo tipo...
Quando decisi che volevo suonare la chitarra, mio padre pensò: «Tanto passerà presto a qualche altro strumento, ma almeno mi rimarrà in casa una bella chitarra da suonare». Così mi comprò una Gibson Les Paul Gothic nera. Era davvero spettacolare. In realtà riuscimmo ad averla perché mia madre teneva d’occhio l’asta su eBay per assicurarsi che non ce la portassero via all’ultimo secondo. Non avrebbe nemmeno dovuto stare su quel sito mentre era al lavoro, ma lo fece lo stesso. Fu il mio regalo di Natale quando avevo 12 anni. Quindi, alla fine, lo scherzo è stato ai danni di mio padre: io ho continuato a suonare tantissimo la chitarra e lui non si è ritrovato semplicemente con una bella chitarra lì pronta da usare.
Oggi la chitarra è una parte piuttosto importante della mia vita, questo è certo. Mi paga tutte le bollette ed è sostanzialmente ciò su cui ho costruito il mio nome. Ed è ancora stranissimo pensare di avere oggi una Music Man con la mia firma, dopo aver risparmiato per oltre un anno, quando ero adolescente, per comprarmi la mia prima Music Man soltanto perché volevo la chitarra signature del mio chitarrista preferito.
La prima volta che ascoltai Train of Thought dei Dream Theater pensai semplicemente che fosse pazzesco. Suonava... era una cosa folle. Non avevo mai sentito niente del genere. Mi trascinò in una specie di tana del coniglio fatta di metal sempre più estremo: gruppi come The Faceless, Born of Osiris, Necrophagist, Children of Bodom, tutto quel filone. Perché poi inevitabilmente finisci per scoprire Yngwie, Paul Gilbert, Jeff Loomis e tutti quei musicisti. Pensavo fosse una figata. Sentivo quanto fosse assurda quella musica e pensavo: «Voglio riuscire a fare anch’io questa roba. Devo essere capace di suonare la chitarra così».
Le prime cose che praticamente ogni chitarrista dovrebbe imparare sono quelle fondamentali, i classici accordi tipo Sol-Do-Re. Ricordo mio padre che me li mostrava, ancora prima che cominciassi a prendere sul serio la chitarra. Ho iniziato a concentrarmi davvero sullo strumento intorno ai 12 anni, pensando proprio: «È questo che farò. Questo è lo strumento su cui mi concentrerò da adesso».
Ricordo perfettamente quando mi mostrarono Sol-Do-Re e pensai che fosse impossibile e che non sarei mai riuscito a impararlo. Stavo lì cercando di fare... e poi: «Ah, adesso devo passare a un Do? Aspetta, e poi a un Re? E devo farlo così velocemente?». Ricordo benissimo che mi sembrava la cosa più difficile del mondo.
Probabilmente una delle cose che imparai subito dopo fu Dammit dei Blink-182, che mio padre era riuscito a tirare giù. Credo sia stato il primo riff che abbia mai imparato. Quando poi suonavo in una band locale c’erano anche un paio di pezzi dei Led Zeppelin. Come si chiamava...? Credo fosse Over the Hills and Far Away. Penso proprio quello. Ricordo che mi mostrò come suonarlo e io ridevo vedendo che le mie mani riuscivano davvero a farlo. Non mi aspettavo che collaborassero così bene quando cercavo di fare cose del genere. Credo sia stato quello il momento in cui qualcosa è scattato. Ho pensato: «Ah, forse posso davvero suonare la chitarra». Mi aveva semplicemente mostrato quel piccolo passaggio e ricordo che ridevo vedendo le mani fare... Non pensavo che sarei riuscito a farlo così in fretta.
Suonavo seriamente la chitarra soltanto da dieci o undici mesi quando iniziai a prendere lezioni. Successe proprio per una coincidenza perfetta, nel posto giusto al momento giusto. Nella città in cui sono cresciuto, Manassas in Virginia, c’era un negozio di chitarre chiamato Classic Axe — A-X-E, proprio come “ascia”. Un giorno eravamo lì dentro e sentimmo provenire dalla stanza sul retro qualcosa che sembrava Yngwie, praticamente. Era questo tizio dal sound assurdo che si chiamava Matt Mills. Poi scoprimmo: «Ah, dà lezioni di chitarra». E fu praticamente tutto lì. Cominciai ad andarci una volta alla settimana e continuai più o meno per i successivi due anni e mezzo. Credo di avere avuto circa 13 anni quando iniziai a prendere lezioni da lui. Sapeva già che ero ossessionato dai Children of Bodom, dai Dream Theater e da gruppi del genere.
Avevo delle cattive abitudini. Suonavo muovendo tutto l’avambraccio e facevo un sacco di altre cose che certamente non avrei dovuto fare per riuscire a suonare ciò che cercavo di suonare. Però avevo già un minimo di basi. Dovevo soprattutto correggere la tecnica.
Alla prima lezione mi disse semplicemente: «Questi sono i modi. Imparali a memoria e poi potremo partire da lì». Tornai una settimana dopo e li avevo memorizzati tutti. Credo che mi abbia detto letteralmente: «Non l’ha mai fatto nessuno. Non mi è mai capitato che qualcuno tornasse dopo una settimana conoscendo già tutte le posizioni a memoria». Mi ringraziò davvero, perché così non doveva stare lì a sprecare i soldi dei miei genitori facendo mezz’ora di lezione solo per costringermi a ricordare quelle scale prima di poter andare avanti. Perché, se non hai una comprensione di quelle cose, non puoi procedere con la teoria e con tutto il resto che riguarda il funzionamento dello strumento.
Il mio piano iniziale era andare al Berklee e seguire tutto quel percorso. Ma il vero obiettivo era semplicemente incontrare persone con la mia stessa mentalità e creare un gruppo con musicisti capaci di suonare lo stesso tipo di musica che volevo suonare io. Perché questa è la parte più difficile quando cerchi di mettere in piedi una band, indipendentemente da dove vivi: servono almeno due o tre persone che vogliano fare esattamente ciò che vuoi fare tu, che siano altrettanto determinate, che lo desiderino altrettanto e che siano anche effettivamente capaci di suonarlo. E, almeno per quella che è stata la mia esperienza, una combinazione del genere è quasi impossibile da trovare.
Quando entrai negli All Shall Perish nel 2009 avevo 17 anni. Tutto partì da un annuncio su MySpace. Avevano pubblicato un messaggio in cui cercavano un chitarrista e io imparai alcuni pezzi completamente nell’accordatura sbagliata, abbassando poi l’intonazione delle registrazioni. Mio padre mi aiutò a registrare tutto con una videocamera portatile che faceva veramente schifo. Qualcuno caricò i video su YouTube e infatti si possono ancora trovare tutti. Glieli mandai senza aspettarmi minimamente una risposta. Invece mi risposero via e-mail nel giro di dodici ore.
Il primo momento in cui mi resi davvero conto che stava succedendo qualcosa fu quando ebbi la possibilità di andare in tour con gli All Shall Perish. Avevo 17 anni, lasciai la scuola superiore e partii in tour.
Una delle prime cose che utilizzai seriamente per scrivere musica fu Guitar Pro, il software per tablature. Per me, da adolescente che cercava di scrivere tutta questa roba folle sullo stile di Bodom, Dream Theater, Lamb of God e così via, era molto utile perché non conoscevo ancora molto bene tutto l’aspetto della registrazione, dell’editing, della sovrapposizione delle parti e cose del genere. Guitar Pro, invece, riuscii a capirlo abbastanza rapidamente e quindi potevo metterci dentro le mie idee. Si potevano cambiare i suoni dei synth, inserire la batteria e così riuscivo a sviluppare idee complete.
Con il tempo ho smesso di usare così tanto Guitar Pro per comporre. Ho fatto volutamente in modo che non rimanesse il mio principale strumento di scrittura. Non so, secondo me si riesce quasi sempre a capire quando qualcuno utilizza Guitar Pro per comporre la maggior parte di un brano, perché non ci sono tantissime variazioni nelle suddivisioni ritmiche. Tutto tende a diventare un po’ monodimensionale, semplicemente perché è più facile trascriverlo in quel modo.
È molto più noioso inserire qualcosa di estremamente lirico, con un sacco di bending, note legate tra loro e tutte le varie suddivisioni ritmiche di qualcosa che non sia semplicemente una sequenza continua di crome o semicrome.
Oggi utilizzo principalmente un programma come Guitar Pro per velocizzare il processo creativo. Per esempio: «Ok, voglio inventare una parte di chitarra folle, uno shred o qualcosa del genere». Con Guitar Pro puoi provarla prima ancora di tentare fisicamente di suonarla.
Che senso ha passare tre o quattro ore a esercitarti su una parte assurda, riuscire finalmente a suonarla, registrarla e poi scoprire che non ti piace? Secondo me è una perdita di tempo. Se hai a disposizione la tecnologia e impari a usarla in modo da poter ascoltare l’idea prima ancora di provare a eseguirla fisicamente, puoi capire subito se funzionerà oppure no. Puoi chiederti: «Vale davvero la pena dedicare tutto questo tempo a impararla?».
Ho un brano chiamato Retrograde, con Spencer dei Periphery alla voce. Nella sezione del bridge c’è una parte davvero folle con string skipping. Avevo questa idea in testa e pensai: «Chissà come suonerebbe questa linea solista se la eseguissi come se ci fosse un delay puntato di croma». Per chi guarda e magari non sa cosa significhi: se suoni delle crome staccate tipo... oppure... una cosa del genere, il delay va a riempire gli spazi tra una nota e l’altra.
Quindi pensai: «Come suonerebbe se, invece di lasciare al delay il compito di produrre quelle note, le suonassi fisicamente tutte io?».
Invece di stare con la chitarra in mano a tentoni cercando di capire dove dovessero cadere esattamente tutte quelle note, inserii in Guitar Pro la parte di crome staccate, cioè semicrome con pause tra una e l’altra. Poi, sostanzialmente, guardai una croma puntata più avanti, in corrispondenza della seconda pausa di semicroma, e riempii tutto seguendo quello schema. Pensavo: «Ok, sono una croma puntata più avanti, quindi questa nota va qui». E poi letteralmente: «nota, pausa, nota, pausa, nota, pausa, nota, pausa», riempiendo tutto in questo modo.
Alla fine avevo l’intera trascrizione e la riascoltai. Pensai: «Sì, questa è una follia. È una figata». A quel punto non mi restava che costringermi a imparare a suonarla.
Bisogna stare attenti con questo metodo perché può ritorcersi contro di te parecchio. A me è successo sicuramente più di una volta. Però, quando si parla di composizione, non credo esista una risposta sbagliata: bisogna sfruttare tutti i software e gli strumenti creativi che abbiamo a disposizione per riuscire a concretizzare un’idea.
Soprattutto quando sei ancora in pre-produzione: chi se ne importa di lavorare a metà velocità? Ciò che conta sono l’idea e il brano, non il tuo orgoglio. Poi tornerò a suonarlo alla velocità reale quando arriverà il momento di registrare le vere take per la versione definitiva.
All’epoca non conoscevo davvero altre marche di corde. Credo che per me ci fosse semplicemente Ernie Ball. Ricordo perfino le vecchie confezioni, prima che arrivassero quelle sigillate contro gli agenti atmosferici: c’era quella specie di strana bustina sottile di plastica trasparente. Ma sì, quando ero piccolo sinceramente non ricordo nessun’altra marca di corde.
Il mio vero rapporto con Ernie Ball iniziò con gli All Shall Perish, perché loro usavano corde Ernie Ball e il bassista utilizzava anche Music Man. Avevano già contatti e un endorsement. E io suonavo già Music Man.
Anzi, vado a prendere questa. Questa è stata la mia prima Music Man in assoluto. Adesso questa chitarra ha vent’anni. All’epoca questo era l’unico modello Petrucci. Non come oggi, che ce ne sono tipo cinquecento. Quando la comprai esisteva letteralmente solo questo modello. Ovviamente c’erano altri colori. Questa è quella rossa Pearl Burst.
Questa era la chitarra che avevo quando suonavo negli All Shall Perish. Era quella che usavo dal vivo. Poi sono entrato nei BOO, è uscito Discovery, successivamente è arrivato il mio materiale solista con Aviator, poi il guest solo con i Polyphia... e da lì tutto ha continuato a crescere.
Probabilmente uno dei cambiamenti più importanti per me è stato quando ho lasciato i Chelsea Grin per dedicarmi alla mia musica solista. Non avevo assolutamente idea di cosa sarebbe successo. È un’altra di quelle situazioni in cui vale il principio “chi non risica non rosica”. Se non cogli queste opportunità non saprai mai cosa sarebbe potuto succedere.
E, sinceramente, adesso mi trovo in una situazione simile: ho appena lasciato gli All That Remains e ora andrò in tour con Lindsey Stirling. Sto creando molti contatti nel mondo delle colonne sonore per cinema e videogiochi, che è qualcosa che ho chiaramente sempre voluto fare e che adoro. Lo stesso vale per la cover del tema di Edvige di John Williams che ho pubblicato.
In un certo senso tutto sta tornando al punto di partenza. E l’unica cosa che so è che l’ultima volta che lasciai i Chelsea Grin, da quel momento in poi le cose migliorarono in modo piuttosto significativo. Quindi, se senti che qualcosa non sta funzionando davvero e pensi che possa esserci un’opportunità migliore, buttati. Sul serio.
Ah, le scalature delle corde. Ok. Adesso rimarrà scolpito su Internet per sempre.
Ovviamente tutti attraversano diverse fasi cercando di capire quale scalatura sia più confortevole e quale funzioni meglio per loro. Col senno di poi, quando ancora stavo imparando a suonare la chitarra e cercavo di imparare tutti quei pezzi dei Dream Theater e così via... All’epoca non me ne rendevo conto, ma su quella Gibson Les Paul, la Gothic nera di cui parlavo prima, quando cercavo di imparare tutti i brani di Train of Thought, utilizzavo una sola chitarra per quattro accordature diverse presenti su un album di sette tracce.
C’è un’accordatura standard in Do, una standard in Re, una standard in Mi bemolle e un brano per sette corde. Io cercavo di imparare tutto, ma volevo essere sicuro che la chitarra riuscisse a mantenere l’accordatura indipendentemente da quella utilizzata.
Quindi, dal Do standard fino al Mi standard, a 12 o 13 anni utilizzavo corde da 12. Semplicemente perché mio padre mi aveva detto che, se volevo scendere così tanto di accordatura per suonare As I Am da Train of Thought o qualcosa del genere, avrei avuto bisogno di corde più grosse per mantenere l’accordatura.
All’epoca non mi rendevo conto che stavo facendo praticamente una cosa alla Stevie Ray Vaughan, cioè suonare con corde incredibilmente grosse. Però, col senno di poi, fu molto utile per la mia mano sinistra, perché mi permise di sviluppare parecchia forza suonando con delle 12 in accordatura standard. Adesso però non lo faccio assolutamente più, perché fa male.
Personalmente penso che le scalature più leggere abbiano un timbro migliore, soprattutto sulle note nel registro basso. Certo, il suono ondeggia leggermente di più, però alle mie orecchie con corde più sottili si percepisce maggiormente la nota.
Per esempio, oggi in accordatura standard utilizzo le Turbo, quindi una scalatura da 9,5. So che può sembrare una cosa da fissati, ma è stato un mio amico, un chitarrista assolutamente mostruoso di nome Andre Nieri, a consigliarmi di provarle.
Le 9 per me erano sempre state troppo molli, un po’ troppo leggere: con bending e vibrato dovevo prestare più attenzione di quanto volessi per evitare di tirare troppo il bending o allargare eccessivamente il vibrato.
Le 10, invece, mi massacravano le mani se non mi esercitavo da un paio di settimane. Andre mi disse: «Prova le 9,5». E io: «Davvero?». Lui: «Fidati». Le provai e pensai: «Ok, hai ragione. Sono una figata».
Quindi oggi uso quelle in accordatura standard. Per qualsiasi accordatura più bassa, invece, tipo Re standard oppure Drop Sol su una sette corde o Drop Fa diesis, uso semplicemente delle 11. Credo siano le 11-58.
C’è sicuramente un motivo se non ci sono più persone capaci di suonare la chitarra in questo modo: richiede una quantità enorme di lavoro e costanza anche soltanto per arrivare a un livello in cui poi devi semplicemente mantenerla.
Qual è il senso di suonare sempre più veloce? Il punto è che ho già un margine enorme. Ed è proprio questo l’aspetto interessante dell’essere capaci di suonare a certe velocità: tutto quello che si trova al di sotto diventa molto più facile.
Se hai un limite massimo che sai di poter raggiungere... facciamo un numero completamente arbitrario, tipo semicrome a 300 BPM. È una cosa totalmente assurda. Non hai nessun bisogno di suonare così veloce. Però tutto ciò che si trova sotto quella soglia sembrerà molto più facile, perché sai di avere quella possibilità nel tuo arsenale.
Una volta raggiunto quel livello pensi: «Ok, ora ho la tecnica. Ce l’ho. Adesso devo solo assicurarmi di non perderla».
Suonare la chitarra a queste velocità e con questo grado di pulizia tecnica ha sicuramente qualcosa di sportivo. Una buona analogia è andare in palestra: se smetti per una settimana o due, quando torni senti una grossa differenza. Non sei più altrettanto forte, tutto diventa più difficile, hai meno resistenza. Devi recuperare quella piccola parte che hai perso.
Nel mio caso, dopo circa due anni e mezzo di lezioni con Matt, arrivammo a un punto in cui lui mi disse: «Amico, se devo essere sincero posso continuare a darti lezioni e possiamo andare avanti esplorando roba teorica sempre più strana e oscura. Ma dal punto di vista tecnico sei ormai arrivato a un livello in cui continuerai a migliorare e a mantenerti da solo. Probabilmente sarebbe più utile prendere lezioni di chitarra classica o studiare con un jazzista, iniziando ad allargare i tuoi orizzonti».
«Ora che possiedi la tecnica necessaria per tutta questa follia metal e shred, hai praticamente gli strumenti per esplorare qualunque altra cosa tu voglia. Hai già le basi meccaniche, quindi sarà relativamente facile adattarti a qualcosa di diverso, come il fingerpicking della chitarra classica, oppure approfondire concetti teorici meno comuni, il jazz, la fusion e tutto quel genere di cose».
Ed è proprio la direzione che presi.
Anche se il mio progetto con Luke è tecnicamente un disco solista, resta comunque estremamente collaborativo. Magari sono io a iniziare un brano, a svilupparlo interamente e a programmare la batteria come punto di partenza, così che lui possa ascoltarla e poi arricchirla facendo le proprie scelte. Ma ci sono anche diversi brani e diverse parti in cui è stato lui a mandarmi prima le parti di batteria e io ho scritto partendo da quelle.
Lo stesso vale per tutto il lavoro di mix e mastering con Taylor Larson: poter lavorare con lui, confrontarmi con le sue idee e imparare tantissimo dal punto di vista del mix e della produzione è una parte importante del processo.
Persino nell’album degli All That Remains uscito all’inizio di quest’anno, i miei brani preferiti sono quelli nati dalla collaborazione più stretta.
Come descriverei il mio stile chitarristico? Beh, so sicuramente come lo descriverebbero gli altri: una gigantesca orgia di shred autoindulgente. E sì, un po’ di quello c’è. Non mentirò. C’è sicuramente anche quello.
Ma è divertente. È una figata essere capaci di farlo. Ovviamente mi piace moltissimo, però non può essere l’unica cosa che fai. Deve esserci dinamica. Non puoi fare soltanto shred dall’inizio alla fine, perché a un certo punto diventa statico, noioso e vecchio. Finisci per pensare: «Ok, quando cambia qualcosa? Quando succede qualcos’altro?».
Due esempi che mi vengono subito in mente sono i miei brani Hose Down e Untendinitis. In entrambi ci sono molti alti e bassi nell’arco dell’intero pezzo. Così, quando arrivano davvero quei momenti folli, hanno un impatto dinamico e producono molto più quell’effetto “wow”, invece di diventare una cosa piatta e costante dall’inizio alla fine.
Sì, non avrei mai pensato di avere una Music Man signature tutta mia. Questo è certo al cento per cento. E anche l’idea di essere soltanto il secondo artista nella storia del loro roster ad avere una Music Man a sette corde continua a sembrarmi strana.
Perché sono cose che non immagini possano accadere. Tu fai semplicemente quello che fai: suoni la chitarra, ti eserciti, la ami. Poi arrivano il posto giusto, il momento giusto, le e-mail giuste, i messaggi giusti... e improvvisamente sembra che tutto cominci ad andare al proprio posto.
Esiste quel detto: «Non incontrare mai i tuoi idoli». Credo che JP sia decisamente un’eccezione. Posso sicuramente dire di non essere d’accordo con quel detto, perché oggi è un caro amico.
Ho insegnato a tutte le edizioni del suo Guitar Universe Camp. Ormai credo siano state cinque. Tosin e io siamo stati un po’... le presenze fisse che hanno partecipato a tutte.
Nel 2019 mi chiese di aprire i concerti dei Dream Theater in Europa, quindi ebbi la possibilità di farlo. Fu pazzesco. I concerti furono fantastici.
Uno dei luoghi più belli in cui abbia mai suonato era in Sicilia, un posto chiamato Teatro Antico. Sicuramente non l’ho pronunciato bene. È su una montagna in Sicilia, affacciato... ed è letteralmente immerso tra le rovine. Suoni praticamente in una specie di piccolo Colosseo antico.
Personalmente è stato uno dei concerti più belli che abbia mai fatto, e nel 2019 ero lì ad aprire per i Dream Theater, sul palco soltanto con Luke.
Ed è un’altra di quelle cose che, quando sei adolescente, inizi a suonare e metti da parte i soldi per comprarti la chitarra signature del tuo chitarrista preferito, non penseresti mai e poi mai che un giorno possa succederti davvero.