Mark Holcomb

Periphery

Il mio approccio alla composizione è sempre quello di seguire l’istinto e scrivere con regolarità. Anche quando non mi sento ispirato, cerco sempre di fare della composizione musicale una pratica quotidiana.

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Mark Holcomb:

Per me, suonare la chitarra ha coinciso con il momento in cui ho iniziato davvero a conoscere me stesso. Suona terribilmente strano ed emo, ma sì... accidenti, ho iniziato a suonare quando avevo 12 anni. È stata la mia prima porta d’accesso a una vita sociale, ad avere un minimo di fiducia in me stesso, a sentire di appartenere a qualcosa. Quindi, in un certo senso, è stata quasi una terapia in un periodo in cui non mi rendevo nemmeno conto di averne bisogno. Qualunque emozione stia provando o qualunque fase della vita stia attraversando, posso sempre tornare alla chitarra: è lo strumento ideale per ritrovare il mio centro.

Fare questo mestiere significa condurre una vita molto itinerante. Avere una sorta di punto fermo, un legame con qualcosa che senti come casa, è fondamentale: posso essere a migliaia di chilometri da casa, nel Sud-est asiatico, negli Stati Uniti o in Europa, oppure affrontare un trasloco, un momento caotico della vita o, accidenti, perfino qualcosa di terribile, come il lutto per la morte di qualcuno o la fine di una relazione. Avere quell’unica cosa a cui puoi sempre tornare, che ti restituisce almeno un senso di stabilità e ti fa pensare: «È qui che appartengo». E, accidenti, dopo più di trent’anni da quando ho iniziato, questa sensazione non è praticamente cambiata.

Ricordo che in tutta la mia vita ho preso in totale tre o quattro lezioni di chitarra, nel 1995, e il mio insegnante mi disse: «Non fare mai così». E io: «Ma è così comodo!». E lui: «Non farlo». Io pensavo... Poi comprai una rivista Guitar World e vidi Jimi Hendrix suonare gli accordi di Purple Haze usando il pollice. E pensai: «Brutto bastardo. Allora lo faccio anch’io». Così iniziai a usare il pollice e non presi più lezioni.

Poi, a metà degli anni ’90, scoprii l’accordatura Drop D grazie agli Alice in Chains e mi resi conto che bastava... questo era un power chord, giusto? Appoggiando un dito sulle corde basse ottenevi un power chord. Potevo semplicemente appoggiarci il pollice e quello sarebbe diventato il power chord. All’epoca non ero abbastanza sveglio da capire che potevo usare le altre dita per completare le altre note dell’accordo. Ma quando me ne resi conto, fu allora che tutto si aprì davvero.

Ho scoperto il rock all’inizio degli anni ’90, quando uscì Nevermind dei Nirvana, e poi sono progressivamente passato a generi sempre più pesanti. Ricordo che al liceo un amico mi fece ascoltare Master of Puppets e io non sapevo nemmeno che fosse consentito fare certe cose con una chitarra. Non sapevo che si potesse usare così tanta distorsione, che fosse possibile suonare in downpicking a quella velocità e ottenere tutta quella potenza e quel carisma.

Il mio principale idolo musicale, almeno all’inizio, era James Hetfield. Divenni ossessionato dall’imparare tutti quei primi riff dei Metallica, al punto che mi mettevo la chitarra a tracolla in camera, la tenevo bassa come Hetfield e mi piazzavo esattamente come lui, immaginando di avere un microfono davanti. Imparavo ogni album dall’inizio alla fine e li provavo proprio così. Nonostante non fossi in una band: ero semplicemente un fan. Ancora oggi, quando vedo i Metallica, quella scintilla si riaccende immediatamente.

Poi sì, Hetfield; mi sono innamorato di Randy Rhoads, Dimebag Darrell. Uno dei catalizzatori più importanti, in una fase successiva della mia passione per il rock e la musica pesante, fu la scoperta di gruppi come Meshuggah e Opeth, band che prendevano quella mentalità prog, quell’approccio alla Dream Theater, e la fondevano con l’extreme metal. Quando quei due mondi si unirono, il prog e la roba estrema davvero pesante, fu allora che mi innamorai perdutamente di questo stile musicale.

Credo che ogni metallaro della mia generazione sia partito da Metallica, Megadeth e roba del genere, per poi finire progressivamente in territori sempre più assurdi, fuori controllo e quasi malsani.

La parte del processo che, secondo me, significa di più per me è quella creativa, il momento della composizione. E, accidenti, ancora prima dello studio di registrazione: a volte semplicemente stare da solo, scrivere e vedere cosa può nascere dal nulla. C’è qualcosa di veramente magico in questo processo, soprattutto quando lavori in un ambiente democratico, una sorta di crogiolo creativo come quello dei Periphery.

Quando mi accolsero nella band, nel 2010 o 2011, mi resi conto che era piuttosto raro entrare in un gruppo e sentirsi chiedere fin dall’inizio di contribuire creativamente. Era una cosa che non potevo dare per scontata e ancora oggi non la do per scontata.

Periphery II fu il primo album sul quale lavorai seriamente insieme alla band, e le prime cose che portai ai Periphery furono proprio su Periphery II: il brano Scarlet e alcuni altri pezzi. Ricordo di aver sentito la mia voce creativa accostata a quella di Misha, Jake, Spencer e Matt e mi vennero letteralmente i brividi, perché ero stato un fan dei demo di Misha già dalla metà/fine degli anni 2000. Ero un fan di Periphery I.

Sentire ciò che avevo portato io mescolarsi con tutto quello fu, sinceramente, inebriante. Fu allora che pensai: «Ok, voglio fare questo fino a quando avrò circa 75 anni. Voglio farlo per tutta la vita e vedere fin dove possiamo arrivare».

E oggi, vedere come tutto questo si sia evoluto in un decennio e mezzo, fino al punto in cui siamo diventati quasi un’unica voce creativa, è il sogno: sapere cosa sta pensando Misha, cosa sta pensando Jake, Spencer o Matt. Il fatto che tutti noi condividiamo, per così dire, un unico cervello creativo è appagante, esplosivo e divertente. È un continuo promemoria della magia della creatività e del lavoro di squadra. Alla fine sembra quasi una morale da programma educativo per bambini, ma è proprio così.

Il mio percorso nella ricerca del timbro è iniziato fin dal principio con una domanda molto semplice: quanto gain posso usare senza esagerare? E scopri molto presto che troppo gain non funziona poi così bene.

Con gli anni la mia ricerca è diventata quasi l’opposto: voglio riuscire a ottenere il suono più pesante e aggressivo possibile usando meno gain possibile.

Se non hai scelto correttamente le corde, quel timbro fondamentalmente non lo ottieni. Esistono molti modi per arrivarci, ma puoi essere praticamente certo che non ci riuscirai se trascuri l’aspetto delle corde.

Diversi anni fa, intorno al 2010, forse addirittura nel 2009, entrai in contatto con alcune persone di Ernie Ball. Mi fecero provare alcune chitarre e me ne innamorai, e ricordo che mi piaceva molto anche il feel delle corde montate su quelle chitarre. È sempre la prima cosa che noto quando prendo in mano uno strumento e sono sempre stato un amante delle corde molto leggere, quelle che sembrano quasi non opporre resistenza mentre suoni.

È perfettamente in linea con la ricerca che credo di portare avanti da quando suono nei Periphery: scalature delle corde, lunghezza della scala, pickup e tutta quella che chiamo la parte da nerd delle specifiche tecniche. È qualcosa che appartiene profondamente alla cultura dei Periphery.

Per suonare questa musica, con accordature assurde, strumenti extended range, livelli elevati di distorsione, tre chitarre che devono convivere in un mix e brani pieni di note e acrobazie chitarristiche, le corde sono sostanzialmente alla base di tutto.

E se la scalatura non è corretta, se il feel non è quello giusto, la musica semplicemente non funziona. Provate a suonare uno qualsiasi dei nostri brani con una scalatura troppo leggera o troppo pesante e vi renderete subito conto di quanto si perda.

È sempre stata una specie di ricerca dell’equilibrio perfetto: almeno personalmente, cerco di trovare la scalatura più leggera possibile che funzioni con una determinata accordatura.

Così contattai Ernie Ball e dissi: «Ehi, riuscite a realizzare per me alcune scalature davvero strane e particolari?». Qualcosa che uscisse dalle normali scalature disponibili a catalogo ma conservasse il sound Ernie Ball. Volevo sperimentare, essere creativo, giocare con le scalature fino ad avere finalmente un set privo di veri compromessi: dal feel del Mi e del Si cantino quando faccio bending, fino a quello della sesta o settima corda quando la tiro facendo un armonico artificiale; oppure quando scendo fino al Drop Sol o utilizzo un’accordatura aperta e devo portare la seconda e la terza corda su note completamente diverse.

Sono quindi molto grato a Ernie Ball per essere stata disponibile ad affrontare questo tipo di confronto, ad ascoltare idee strane, sperimentare qualcosa di unico e lavorare insieme a me. Ho apprezzato moltissimo quanto siano stati aperti e progressisti in tutto questo percorso. È stato davvero divertente.

Per i Periphery, l’obiettivo è sempre l’espressione. Ed è per questo che un brano dei Periphery può contenere un milione di note.

Può essere tecnico, suonato con una chitarra a otto corde e durare quindici minuti. Poi ascolti un altro brano dei Periphery e magari c’è semplicemente una settima corda a vuoto che continua a risuonare, sfruttando tutta la potenza di un power chord basso e suonato con grande energia.

Per me questo è quasi l’approccio punk rock: espressione pura.

Posso dirvi con certezza che non c’è mai stato un brano dei Periphery nel quale abbiamo pensato di dover dire di più semplicemente usando più note. Se riusciamo a dire abbastanza con il minor numero possibile di note, quello è l’obiettivo.

Non si è mai trattato di infilare dentro il maggior numero possibile di note, di mostrare alla gente quanto velocemente sappiamo suonare o quante cose riusciamo a fare. Forse nei primissimi tempi c’era un pizzico di questo atteggiamento, ma se una canzone riesce a suscitare un’emozione, quello viene sempre prima di tutto. È ciò che cerchiamo costantemente nella nostra musica.

Il mio approccio alla composizione è sempre quello di seguire l’impulso e scrivere con regolarità. Anche quando non mi sento ispirato, cerco sempre di fare della composizione musicale una pratica quotidiana.

C’è quello che chiamiamo il “cimitero dei riff”: una cartella Dropbox condivisa dalla band oppure semplicemente una cartella personale sul mio portatile di casa, dove le idee rimangono lì ad aspettare.

Mi è successo proprio due settimane fa. Ero a casa e ho iniziato a scrivere un’idea senza sapere dove sarebbe andata a finire. Sono circa novanta secondi di musica, ma rimarranno lì e ci lavorerò quando ne avrò voglia. Se non diventerà nulla, pazienza. Però continuerà a esistere e potrò tornarci tra un mese, sei mesi, un anno o cinque anni.

Con i Periphery è successo diverse volte. Torniamo indietro, troviamo un’idea e pensiamo: «Accidenti, perché non abbiamo mai lavorato su questa?». Oppure: «Wow, cinque anni fa pensavamo facesse schifo, ma adesso è una figata. Dovremmo farci qualcosa».

Succede molto più spesso di quanto si possa immaginare.

Quindi: creare sempre. Questa è la mia filosofia personale. Ed è anche una filosofia condivisa all’interno della band. È qualcosa che non abbandoniamo mai, nemmeno subito dopo aver finito un disco.

Quando mi sento bloccato, un po’ fermo o semplicemente arrugginito dal punto di vista creativo, posso prendere la chitarra e metterla in un’accordatura aperta, oppure prendere una otto corde, uno strumento che mi risulti un po’ estraneo. Magari metto la otto corde in un’accordatura completamente strana, semplicemente per vedere cosa riesco a tirarne fuori mettendomi al di fuori della mia zona di comfort.

Ed è proprio per questo che mi ritrovo a suonare con così tante accordature e così tanti tipi diversi di chitarra.

Quando prendiamo una otto corde, non è semplicemente perché vogliamo scrivere un pezzo pesante in un’accordatura bassa. Serve anche soltanto per ottenere un sapore diverso.

Idealmente, per me un album dovrebbe essere un viaggio sotto ogni punto di vista. Il fatto di avere brani che iniziano in tonalità differenti e passano attraverso tonalità diverse è quasi un ulteriore effetto positivo di questo approccio: alla fine nessun brano finisce per suonare uguale a un altro.

È quindi un metodo che, in definitiva, porta con sé molti vantaggi diversi.

Dico sempre alla gente che, se non suonassi professionalmente nei Periphery, se non avessi le mie chitarre e non fossi arrivato dove sono oggi nella vita, desidererei disperatamente trovarmi esattamente in questa posizione.

Sono quindi immensamente grato che le cose siano andate come sono andate, perché, tra tutte le cose al mondo, suonare la chitarra è l’unica cosa che abbia mai amato davvero fino in fondo.